Oetztaler 2003

DOMENICA 31 AGOSTO 2003, OETZTALER RADMARATHON: IL RESOCONTO DI CARLO

Dopo le rinunce dapprima di Giulio per motivi di studio foto 1, e poi di Stefano a causa di una piccola frattura alla spalla rimediata giocando a calcio sulla spiaggia, Carlo si è presentato da solo alla partenza della gara più attesa della stagione. Ma il maltempo è stato impietoso, e lo ha costretto al ritiro. Sfuma per lui il Prestigio 2003.

OETZI, BELLA E IMPOSSIBILE – ovvero Della mantellina

Spesso noi ciclisti del centrosud non ce la portiamo nemmeno dietro, la mantellina. Ci basta lo “straccetto”, nome che non ha nulla di dispregiativo quanto piuttosto di confidenziale: è quel gilettino leggero leggero che a volte ci hanno dato come gadget alle GF (Nove Colli 2002). Accoppiato ai manicotti ci accompagna per diversi mesi l’anno. Non che siamo sprovvisti di materiali tecnici anti-pioggia e freddo (sopra-scarpe, sotto-caschi, tessuti antitutto, persino una costosissima mantellina in goretex), ma certo quando piove ci possiamo consentire il lusso di rinviare gli allenamenti a giorni migliori. E cioè non è solo questione di materiali, ma soprattutto di abitudini: poca sopportazione del freddo vero, scarsissima confidenza col bagnato, repulsione istintiva per un cielo in cui non splenda il sole. Con queste premesse mi sono schierato alla partenza della mia prima Oetztaler, tarlo che mi rodeva il cervello dal dicembre scorso. Monica, che mi ha poi recuperato in cima al Kuthai semiassiderato sotto una pensilina, sostiene che sembravo uno sfollato, un alluvionato, zuppe d’acqua persino le unghie, avvolto in una magica coperta che avevo trovato lì fuori da un rifugio, in testa l’unica cosa di asciutto che ero stato in grado di salvare nella tasca posteriore della mantellina in goretex: uno zuccottino di lana leggera. Alle 9.15 al passaggio sul Kuthai dopo 2h 27′ e 50 km di corsa, i gradi centigradi erano tre, nevischio quello che scendeva dal cielo, neve sulle cime intorno al passo e 190 i km ancora da percorrere. Coi miei 58, esili kg da scalatore leggero ho rovistato dentro di me alla ricerca di un pizzico di incoscienza che mi avrebbe consentito di proseguire, ma senza esito.
Grandissimi complimenti a tutti i 1200 che si sono buttati giù in discesa e che molte ore dopo sono giunti al traguardo.
Che la Oetztaler fosse bella, lo sapevo. Poco più di una Campagnolo, avevo sentito dire. Poi la ricognizione del percorso da Vipiteno a Soelden. Bellissimo il Giovo, con molti km nel bosco, regolari (almeno così sembravano in macchina), sino agli ultimi tre km o poco meno, quando la montagna si apre senza più vegetazione e si segue il tracciato della strada sino allo scollinamento, che avviene a circa 2000 mt. lontano dal caos turistico dei passi dolomitici. La discesa, come più avanti quella del Rombo, mi è parsa simile a quelle pirenaiche del Tour: stradina stretta a scapicollo, con baratri da brivido oltre il guard-rail. Quanto al Rombo, Giulio mi aveva detto che è cugino dello Stelvio. Ma quando dopo molti km (17 o 18, forse) piuttosto ben farciti di tratti facili, l’occhio scopre il VERO Rombo, c’è da rimanere a bocca aperta: proprio come sullo Stelvio da lontano si scorge la strada che si inerpica con tornanti secchi, che sembrano strappati a fatica dall’uomo alla montagna. La luce spettrale, le nuvole basse e il vento gelido ingigantivano l’impressione forte che ne ricevevo, e la preoccupazione per la spremuta di sangue che mi sarebbe spettata il giorno dopo foto 2. Al colmo della salita un tunnel inquietante (due giganteschi portoni lo rendono simile all’ingresso in un carcere del Medioevo) immette nell’ultimo tratto pianeggiante. Abbiamo scollinato in un ambiente da day-after, appena ingentilito dagli striscioni della gara ciclistica del giorno dopo. Ero pronto.
Non ho rimpianti. Ci ho provato, mentre molti iscritti sono rimasti in albergo o ad aggirarsi in borghese alla partenza con le facce scure. Moltissimi altri tornavano indietro lungo tutti i 35 km che da Soelden portano a Oetz, dove si gira per il Kuthai (la salita non è bella ma splendida). Altri ne ho visti scendere mentre salivo; un numero enorme ha atteso (come me) sul passo che qualcuno li riportasse indietro. La stragrande maggioranza degli arrivati sono tedeschi, che ho visto attrezzati con ben altro che mantelline. Sarei curioso di sapere quanti degli italiani al traguardo vengono dalla Sicilia. Rimpianti no, dunque, ma un desiderio sfrenato di rivincita. Con la Otzy certo non finisce qui.
Complessivamente buone le impressioni sull’organizzazione, per quel poco che io ne abbia goduto. Lungo i 50 km che ho percorso, sia a valle che in salita, non ho mai avuto l’impressione di essere lasciato a me stesso. Ambulanze, vigili del fuoco, gendarmeria, assistenza, pericoli stradali ben segnalati, autobus e furgoni in quantità per riportare i ciclisti a Soelden. Pochi cartelli forse, e pochissimi in italiano, il che non è bello vista la nostra massiccia partecipazione. Al ristoro sul Kuthai non ci sono nemmeno arrivato, ma tutta la macchina organizzativa (poco appariscente) mi è parsa di livello notevole. Forse ci sarebbe da discutere sulla filosofia che anima gli uomini della Otzy. Al ritiro pacchi hanno avvertito che ci sarebbero stati furgoni a disposizione per chi avesse “fallito”. Voglio pensare ad una traduzione impropria dal tedesco, perché certo non sarebbe carino metterla in questi termini. Insistono molto sul “sogno” (‘Ich habe eine Traum’ è il motto della gara) e sulla durezza della loro proposta. Sul regolamento parlano di un percorso alternativo “in caso di maltempo”. Resta da capire cosa intendano gli austriaci per “maltempo”.
Anche Monica ha portato a termine la sua Oetztaler. Con un tempo impietoso e su strade sconosciute è salita sul Kuthai in macchina a recuperarmi, portandomi anche dei panni asciutti. Mi ha risparmiato il disagio di tornare a Soelden davvero come uno sfollato, in mezzo ai molti ciclisti che come me si sono sottratti al massacro. Spero per lei di non doverle rendere mai il favore. GRAZIE!