2018 Santa Serena

SANTA SERENA
o il grande Cocomero

martedì 12 giugno 2018


Santa Serena o E=mc²

…a volte capita di ritrovarsi in quella situazione e ieri sulle rampe di Santa Serena mi è accaduto di nuovo. Erano anni che la bicicletta non mi provocava questo fenomeno fisico: la dilatazione del tempo. Anni di viaggi in bici mi hanno insegnato che quando la strada è davvero dura allora poi la sera forte si fa strada la percezione che la salita sia durata molto di più… almeno nell’inconscio. Davvero una bella salita che mi ha costretto (novità regalata dagli anni) ad aggiungere al solito mantra… tira, spingi, in piedi, seduto, scala uno, scala due… guarda il cardiofrequenzimetro! Infatti ieri non ne voleva sapere di scendere sotto i 150 e solo un po’ di mestiere e dimestichezza con la fatica mi hanno permesso di tenerlo a bada. Grazie a Carlo che mi ha accompagnato ed aspettato e ci tornerò… magari non all’ora di pranzo d’estate!!
PS: non fosse per lo scenario ad un certo punto mi sarei chiesto: “ma quando arriva Capanna Bill??”

(resoconto a cura di Giancarlo)

* * *

Era dal 10 luglio 2016 che non salivamo lassù… e quel giorno c’erano con noi anche Ottavio e Marco Pepino… Stavolta l’idea è venuta a Giancarlo e a me è parsa realisticamente compatibile col personaggio, estremo e stravagante in molte delle sue scelte sia ciclistiche che di vita, ma comunque fornito di una lunga e collaudata esperienza in fatto di viaggi in bici, a piedi e in canoa nella parti meno ospitali del mondo. E che si è rivelato un ottimo compagno per questo genere di pedalate. Io poi, come lui del resto, non soffro il caldo che in questi giorni è piuttosto intenso tanto da far apparire folle la nostra iniziativa di partire in bici da Colleferro alle ore 12. Questo avrebbe significato iniziare i 15 km di salita che dalla Morolense portano in cima più o meno alle 13:30, e rimanere sulla strada sotto il sole a picco nelle ore più calde della giornata. Dunque bando alla ciance e via. Piccola notazione: io indossavo per la prima volta il nuovo completino che Ivan ha fatto realizzare per i Cicli Coppola (domenica prossima c’è la sua corsa a cronometro, ed esperienza vuole che l’abbigliamento nuovo non lo si indossi il giorno stesso della gara); ho faticato un poco a calzare i pantaloncini come anche i guanti (privi di strap, ultimo ritrovato!), ma non ho patito alcun disagio. Forse indossare capi più attillati li rende meno percepibili addosso durante la pedalata… insomma sono capi pensati per i corridori professionisti che hanno anche vent’anni. Certo le panze ne risultano sottolineate impietosamente e in taluni casi addirittura esaltate a dismisura, ma chi se ne frega…
La prima sorpresa è stata – per ora – positiva: un discreto vento ci spingeva alle spalle e ci è parso subito chiaro che tutto ‘sto caldo non lo avrebbe fatto. La giornata piuttosto ventilata ci sarebbe stata alleata sulla salita per farci rosolare di meno, o almeno con più garbo. Al Maracaibo prima sosta per consentire a Giancarlo di ingollare un toast. Io passo. Di lì all’attacco della salita c’è forse un chilometro o poco più, ed eccoci al banco di prova. Decidiamo di non aver fretta, e le prime rampe si lasciano superare con una certa facilità.
Inevitabile per me tornare con la mente (e anche a parole dato che lo racconto a Giancarlo che, dunque, ha dovuto sopportare non solo le pendenze ma anche le mie ciance) alle mattate di qualche anno fa. Era il 2003 e con Stefano Gregory e Claudio ce ne partimmo da casa per arrivare a Santa Serena passando per via dei Laghi, Rocca Massima, Segni, e ritornando per la stessa strada: 238 km e 3885 metri di dislivello… come allenamento per la Oetztaler non c’era male! Oppure a quando salii con Giuliotto che qui inaugurò la sua Cannondale, che su un tornante collocò la macchinetta fotografica col telecomando per immortalarci affiancati… o ancora in quel giorno ben più caldo quando Stefano Sc. dovette rinunciare alla vetta per non crepare di caldo. Insomma, l’abbiamo scalata diverse volte, ma sempre si è rivelata salita durissima.
Come è dura anche oggi. Non un’anima in giro, manco un asino che con Giuliotto ci avvertì di quale sgobbata ci attendesse. Noto che Giancarlo patisce un poco, e del resto è reduce da una sgroppata storica in Spagna con molto dislivello e la fatica la sente ancora nelle gambe. Io procedo senza forzare e riscoprendo la bellezza e la durezza di questa salita. Finalmente giungiamo a quell’ampia curva a destra che immette nel rettilineo verso il primo tornante, e lì la montagna si lascia apprezzare per quella che è: un grande cocomero spaccato per lungo. Quello che non ricordavo è che la splendida fontana che scandisce il secondo lungo rettilineo è lontana dal tornante, e questo risulta il pezzo forse più ostico di tutta la scalata: la strada si impenna sotto le ruote, non una curva o un tornante a farci prender fiato, non un albero a regalarci attimi di ombra… ma solo sudore e tanta fatica.
Finalmente alla fontana ci rifreschiamo abbondantemente (foto 1); breve pausa e via, che la strada è ancora lunga. Però la salita addolcisce e cambia anche versante della montagna.
Un fatto è certo: non si arriva su se non a costo di raschiare il barile anche delle energie mentali. Serve calma, freddezza (benché l’aria intorno a noi bolla…), mestiere. Gli ultimi due-tre km si snodano irregolari lungo il fianco della montagna, e ostiche impennate lasciano presto il campo a spianate più leggere. Un giovane corridore ci supera con passo stratosferico proprio nell’ultima parte della salita, lasciandoci di stucco. L’ultimo km è poco più d’un falsopiano e sotto i nostri occhi si apre lo splendido altopiano di Santa Serena: cavalli pascolano lontani (foto 2), mucche sonnecchiano più vicine. Ritroviamo in cima il giovano ciclista che ci indica la bocchetta dell’acqua appena a sinistra della fontana ristrutturata (foto 3). Costringo Giancarlo a un selfie (foto 4 e 5) (che lui detesta) ma del resto non c’è anima viva che possa fotografarci. Godiamo di quella immensa pace e beatitudine che rinfranca non solo le gambe ma anche lo spirito, e piano piano cominciamo a scendere. D’obbligo lungo la discesa una sosta per fotografare il grande Cocomero e dare un’occhiata a tutto il dislivello coperto con immensa fatica (foto 6 e 7).
Passiamo per Supino diretti al nostro Illy caffè, che però troviamo irrimediabilmente chiuso. Smadonniamo appena, che subito rincariamo la dose: adesso il vento è contrario, ed è montato in modo sensibile. Torniamo al Maracaibo per buttar giù una crostatina, un caffè per me e un tè caldo per Giancarlo, cui è rimasta di traverso l’acqua fresca bevuta alla fontana. Adesso occorre dar fondo alla sapienza ciclistica maturata negli anni: passo regolare e molta calma. Lungo i km Giancarlo forse accusa un poco di stanchezza, ma tutto va per il meglio, mentre il vento aumenta ancora. Rientriamo alla base verso le ore 16, stracchi come pecore ma largamente soddisfatti.
(resoconto a cura di Carlo)