V GFFC la Marsicana
In occasione dei dieci anni di attività del nostro veloclub 39×26 ROMA a inizio stagione è stato pensato un “gioco” che avrebbe dovuto stimolare gli iscritti a partecipare ad attività diverse tra loro ma adatte a tutti. Tra le altre cose in programma c’era appunto la quinta edizione della Gran Fondo Fatta in Casa. Inizialmente prevista per agosto si è poi effettuata sabato 6 settembre; al via dalla periferia di Sora ci siamo ritrovati in due, Carlo e Giulio.
Per rispettare la tradizione mettiamo in programma almeno 200 km e l’incombenza della scelta del percorso spetta, manco a dirlo, a me. Iniziamo a pedalare poco dopo le sette del mattino, in giro non c’è nessuno e possiamo permetterci di pedalare affiancati e chiaccherare delle ultime diavolerie elettroniche di Carlo.
Passata Sora inizia subito la lunga ascesa verso il valico di Forca d’Acero e l’Abruzzo. Vista la distanza prevista partiamo piano e agilissimi, risparmiamo il fiato per… continuare a chiaccherare. La salita non è mai impegnativa, inizialmente non offre panorami particolari ma dopo il bivio per la val di Comino si fa spettacolare (foto 1, foto 2 e foto 3). Gli ultimi km assumono le caratteristiche di strada di montagna, si intuisce dov’è il valico anche se non si vede. Superando il valico si entra in Abruzzo e ci si tuffa in un bosco di faggi secolari alti come palazzi e dritti come ceri. Il sole già alto qui non riesce a scaldare l’aria, nonostante la sua inaudita potenza; noi allora ci fermiamo per mettere gli antivento. La discesa verso Opi è dolce e questo è di conforto visto che, quando ripasseremo di qua, avremo più di 160 km nelle gambe.
A proposito di km. Queste ultime stagioni ciclistiche sono state un po’ travagliate sia per me che per Carlo. Per un motivo o per l’altro abbiamo ridotto di molto il tempo dedicato alla bici e le andature ne risentono. In particolare per me, prima di questo giro, erano due anni che non pedalavo 200 km. Può sorgere spontanea la domanda sul perché allora ci si debba ostinare a fare queste uscite; anche io prima di salire in bici me lo sono chiesto anche se, in fondo, la risposta la conoscevo già. E sarà infatti chilometro dopo chilometro che avverrà la riscoperta di certe sensazioni, il girellare senza smanie agonistiche ma con la voglia di mettere sotto le ruote più strada e, soprattutto, più salita possibile.
Passato il bivio di Opi siamo presto nel centro di Pescasseroli dove sostiamo rapidamente per riempire le borracce. Riprendiamo in direzione del passo del Diavolo che però questa volta non raggiungiamo deviando prima sulla destra per Bisegna e Ortona dei Marsi. Fino a quest’ultimo paese pedaliamo in scioltezza essendo ancora belli freschi. In coincidenza con il bivio per Piscina inizia la salita di Valico Olmo di Bobbi.
Tecnicamente irrilevante trattandosi di soli 5 km pedalabili è salita emblematica per quello che l’Abruzzo può offrire: non un albero che sia uno, rocce incandescenti, cucuzzoli ingialliti dal sole e dalla mancanza d’acqua battuti incessantemente dal vento e assenza totale di uomini e animali. La luna (foto 4, foto 5, foto 6 e foto 7).
Questo mio entusiasmo non è assolutamente condiviso da Carlo che ogni volta che passiamo di là non manca di farmelo notare. La discesa verso Cocullo ci dà modo di ammirare le nuove, gigantesche pale eoliche che sono state costruite recentemente e che dominano il panorama. Ad Anversa degli Abruzzi[, dopo una breve pausa per riempire le borracce foto 8), – ndr] finisce la discesa e ci infiliamo nelle bellissime Gole del Sagittario. Da qui la strada riprende a salire anche se non sempre in maniera decisa. Il vento che nel frattempo è diventato caldissimo spira contrario; la temperatura ma soprattutto l’umidità rendono la pedalata molto faticosa. In prossimità del lago di Scanno, quando ci rendiamo conto che manca ancora tutta la parte più impegnativa della salita, cominciano ad affiorare i primi segni di stanchezza. Ma noi tiriamo dritto, siamo qui per soffrire. Dopo il paese di Scanno la salita riprende; per far fronte al vento ci alterniamo un po’ davanti, facciamo l’elastico, la voglia di chiacchierare è passata, chissà com’è foto 9 e foto 10). Davanti a noi c’è la vetta appuntita del Monte Godi e noi, a pedalare così, godiamo! Improvvisamente mi ricordo che gli ultimi due chilometri sono molto facili e lo dico a Carlo che, manco a dirlo, allunga. Ma insomma, qualunque cosa io dica a Carlo, quello allunga.
In cima al passo non c’è nulla ma poco dopo siamo sul pianoro molto bello dominato dalla cresta della Serra, appendice del Monte Greco; c’è un rifugio dove ci fermiamo per mangiare e bere. Qui respingiamo il violento attacco che viene portato alle nostre narici e ai nostri stomaci da fumanti piatti di fettuccine fatte in casa ai porcini. La sensazione è che se cedessimo non riusciremmo a riprendere la strada verso casa e perciò rinunciamo. Da qui ormai il più è fatto. Si scende verso Villetta Barrea, si devia per Opi dove giungiamo rapidamente. Al bivio dove siamo passati stamattina giriamo ed inizia l’ultima salita.
La strada sale per nove chilometri foto 11) ma solo fino alla fine del settimo in maniera sensibile. E qui inizia la parte migliore del giro, ci si concentra, si raschia il barile, ci si tira addosso l’acqua rimasta, si fa ricorso all’esperienza. E infatti Carlo allunga! Ma è la sua natura di scalatore: quando la fatica si fa sentire Carlo butta giù un paio di denti e si alza sui pedali, scatta, riscatta e ancora… Io non posso; se mi alzo sui pedali quando sono stanco rischio di cappottarmi o di rimanere con un pedale su e uno giù, imbalsamato, grottesca figura a cavallo del mio decennale cancello. Dunque mi metto sul passo, rapportino e pedalata frequente. Quando ogni tanto Carlo rallenta (oltre che scalatore è anche un gran bel sadico) e io mi rifaccio sotto, tiro dritto, se rallentassi probabilmente mi spegnerei improvvisamente.
Ed è questa forse l’esperienza: il conoscersi bene, sapere come il proprio fisico reagisce in certe situazioni. E’ qui che ho la risposta che cercavo: mi piace la salita, amo la fatica, mi piace sudare come un maiale, mi piace sentire le gambe gonfie e i muscoli che iniziano a non rispondere ma io insisto e pedalo ancora e ancora e ancora. Adrenalina, endorfine, non lo so. Ma mi piace da matti. E queste sensazioni, non c’è niente da fare, si provano solo stando in bicicletta sette-otto ore. Vuoi mettere il Rombo scalato belli freschi o la stessa salita fatta sputando anche la milza alla fine della Ozzi? Purtroppo la salita finisce e con essa la magia. Allo scollinamento, rilassandosi, escono fuori anche i dolori: al ginocchio un po’, alla schiena, al soprassella. Ma alla macchina dobbiamo tornare, anche se ce la prendiamo comoda.
Al termine di questo giro le solite sensazioni: felice spossatezza, nostalgia per quello che è appena stato e chissà quando sarà di nuovo, gratitudine per il mio compagno di strada, l’infaticabile Professore, che magari al Valico di Olmo Bobbi mi insulta ma che è lì, unico a condividere strada, fatica, gioia di pedalare.
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Bellissimo questo percorso, che Giulio ha scelto con un amore viscerale per le montagne spelacchiate e desolate della Marsica, e che ha curato con una passione da cartografo davvero non comune. Sono felice che anche la V edizione dela nostra GFFC sia andata in scena, ma devo dire che questa ha avuto un sapore particolare, forse per la delusione provata in una stagione, questa del decennale, che avrei voluto caratterizzata da uno slancio partecipativo da parte dei miei compagni di squadra rimasto pura chimera. Non avessi trovato Giulio ad assecondarmi, si sarebbe interrotta la piccola tradizione delle nostre GFFC, avrei sentito accentuato in me quel senso di esaurimento che pure recentemente mi ha spesso còlto.
Del resto su Giulio posso contare: quando c’è da puntare grosso su km e dislivello, so di trovare in lui non solo chi mi asseconda, ma soprattutto un interlocutore capace di giocare al rialzo. E questo è lo spirito che ho voluto dare cinque anni fa alla nostra prima GFFC.
Di tutto il percorso due momenti mi si stampano nella memoria, uno breve, l’altro prolungato. Il primo è allo scollinamento al valico di Bobbi Solo (la salita è iniziata al suono di Una lacrima sul viso…): l’estasi che ha colto Giulio davanti a tanta spettacolare desolazione mi ha coinvolto, e sono rimasto sinceramente affascinato da quella landa inaridita ma carica di dignità che mi si apriva davanti (stavolta non l’ho insultato).
Il secondo è stata la lenta, interminabile, accecante risalita verso il Passo Godi, affrontata nelle ore centrali della giornata sotto un “pallinaccio” alto e inflessibile, e battuta da un infido vento contrario. E’stata la solita partita a scacchi che si gioca in queste occasioni: contro la fatica, contro l’inclemenza delle condizioni meteo, contro la ragionevolezza di ogni ipotesi di prosecuzione. Come al solito, la testa più delle gambe (foto 12).